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Coronavirus, Velotti (Sapienza): rischio “pandemia comportamentale”

L’emergenza sanitaria globale innescata dalla diffusione del Coronavirus e le conseguenti limitazioni alla vita individuale e collettiva riverberano in modo importante sulla sfera piscologica ed emotiva delle persone e quindi sulla società. L’emergenza sanitaria diventa anche emergenza psicologica, cui si cerca di far fronte con servizi di ascolto e supporto gratuito messi a disposizione ad esempio dal Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi così come dalla Società Psicoanalitica Italiana.Un effetto indiretto dell’epidemia globale che Patrizia Velotti, professore associato di Psicologia clinica alla Sapienza Università di Roma e coordinatrice di uno studio internazionale sull’impatto psicologico del Covid-19, definisce “pandemia comportamentale”.“Le pandemie danneggiano gli individui e le società a diversi livelli causando cambiamenti radicali nelle abitudini di vita. Sul piano individuale insorgono comportamenti legati all’ansia, disturbi del sonno e una generale percezione di malessere che caratterizzano la fase dell’epidemia. Ovviamente tutti questi fenomeni impattano diversamente a seconda dello stato di salute precedente all’epidemia stessa. Allo stesso tempo, sul piano sociale si evidenziano diversi esiti. Una delle prime conseguenze – spiega Velotti ad askanews – è la stigmatizzazione delle persone colpite (si pensi allo stigma sociale relativo ai cinesi nella prima fase di questa pandemia). Vi è inoltre l’emergere di preoccupazioni che attivano una spirale di comportamenti che incidono prevalentemente sulle attività economiche (acquisto, vendita, scambi, ecc.). Tutto ciò – sottolinea la psicologa – incrementa la sensazione di panico preesistente connessa alle minacce di pandemia e destabilizza ulteriormente le persone che persistono nella messa in atto di comportamenti prevalentemente orientati al ritiro sociale. Tali comportamenti favoriscono l’accrescersi della crisi economica. Questa situazione – prosegue Velotti – potrebbe essere intesa come una ‘pandemia comportamentale’, caratterizzata dal dilagare di comportamenti disfunzionali rispetto alla ripresa, un effetto indiretto dell’epidemia globale, connessa con la salute emotiva e comportamentale delle persone colpite e delle loro società”.Aspetti che la ricerca coordinata dalla professoressa Velotti – “SPQR – Support People against Quarantine Risks-An international study on the psychological impact of COVID 19” – intende approfondire, attingendo alle informazioni raccolte attraverso la diffusione di un questionario (disponibile sul sito Sapienza https://www.uniroma1.it/it/notizia/unindagine-sugli-effetti-psicologici-dellisolamento-durante-la-pandemia-covid-19-partecipa) rivolto a tutti i soggetti maggiorenni che si trovano oggi a vivere in contesti sottoposti a forti limitazioni per arginare la diffusione del contagio. Una situazione che oggi si stima interessi circa tre miliardi di persone nel mondo.“Si tratta di una ricerca longitudinale condotta da Sapienza Università degli Studi di Roma (Italia) attraverso una rete internazionale cui collaborano Belgio, Francia, Svizzera, Spagna e Stati Uniti. Lo scopo della ricerca – spiega – è quello di valutare l’impatto psicologico connesso alla situazione di confinamento che sta vivendo la maggioranza della popolazione in questi mesi per individuare possibili aree d’intervento. Tale situazione, infatti, ha in sé diversi aspetti che possono innescare o peggiorare un disagio dal punto di vista psicologico. In particolare, abbiamo deciso di rivolgere la nostra attenzione alle manifestazioni che hanno a che fare con la sfera della depressione, dei vissuti d’ansia e dei livelli di stress esperiti dalla popolazione in questo momento”.“La paura del contagio, la restrizione delle libertà individuali, la riduzione delle attività piacevoli, i lutti, l’adattamento alle nuove modalità lavorative o la perdita vera e propria del lavoro sono soltanto alcune delle circostanze che mettono a rischio il benessere psicologico degli individui in questo periodo. Tra tutte queste, – spiega la psicologa della Sapienza – il nostro studio si focalizza sulle conseguenze negative legate alla situazione di isolamento, deprivazione relazionale e solitudine inevitabilmente derivata dalle misure di ‘distanziamento sociale’ adottate dal governo. Diversi studi hanno già messo in evidenza come una condizione percepita di solitudine sia deleteria dal punto di vista psicologico e richieda un potenziamento delle risorse individuali al fine di gestirne il carico emotivo”.Indagare l’impatto psicologico del Covid-19 per elaborare anche strumenti di intervento, strategie che possano aiutare concretamente le persone a gestire questa situazione emergenziale a cui nessuno di noi era preparato. “L’obiettivo dello studio, oltre a evidenziare il probabile incremento di questa sofferenza, è quello di capire quali sono gli elementi che rendono gli individui maggiormente vulnerabili, o al contrario maggiormente resilienti, rispetto alle conseguenze negative provocate da questi eventi. Questo è molto importante – sottolinea Patrizia Velotti – se vogliamo essere in grado di intervenire efficacemente. Intendiamo infatti fornire indicazioni pratiche che permettano di identificare in maniera tempestiva gli individui maggiormente vulnerabili e di rivolgere loro un aiuto concreto e efficace. Soprattutto, vogliamo essere in grado di disporre di linee guida che ci dicano quali risorse dobbiamo potenziare in questi interventi al fine di garantire, in maniera quanto più possibile tempestiva ed efficace, un aiuto alla popolazione. A questo proposito stiamo indagando il ruolo di alcuni fattori protettivi come ad esempio la capacità di fronteggiare gli stati emotivi in maniera funzionale, l’utilizzo adattivo della tecnologia per sopperire alla situazione di deprivazione relazionale, ma anche altre risorse che hanno a che fare, ad esempio, con il senso di connessione alla natura”.I risultati preliminari della ricerca sono attesi verso Pasqua, mentre le conclusioni saranno disponibili al termine della quarantena nei diversi Paesi. “I risultati – conclude Patrizia Velotti – saranno condivisi con la comunità scientifica in modo che possano contribuire a costituire i riferimenti per le linee guida dei diversi paesi. Contiamo di presentarli alle autorità sanitarie nazionali, europee ed internazionali al fine di sensibilizzare le istituzioni rispetto alla necessità di sostenere ricerche ed interventi in area psicologica. Infine, li diffonderemo in termini divulgativi presso le comunità in modo da favorire la conoscenza del fenomeno e individualmente informeremo i partecipanti interessati rispetto all’esito della ricerca”.

Fonte: askanews.it

Studio dei cardiologi del Policlinico Gemelli-Università Cattolica

L’inquinamento fa ammalare e uccide. Non solo danneggiando i polmoni, ma anche il cuore e senza necessariamente passare per le placche di aterosclerosi. A dimostrarlo sono i cardiologi della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – Università Cattolica, campus di Roma con uno studio appena presentato al congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC) che si chiude oggi a Barcellona e pubblicato in contemporanea su JACC, rivista ufficiale dei cardiologi americani (American College of Cardiology). La ricerca, firmata dal dottor Rocco Antonio Montone e dal professor Filippo Crea dimostra per la prima volta che è a rischio “infarto da aria inquinata” anche chi ha le coronarie (i vasi che nutrono il muscolo cardiaco) apparentemente sane, cioè senza placche di aterosclerosi. Perché l’inquinamento, soprattutto quello da particolato fine (PM2.5) è in grado di provocare uno spasmo delle coronarie che “taglia” il flusso di sangue al miocardio, determinando un infarto, cioè la morte del muscolo cardiaco, da “strozzamento” dei vasi.

“Abbiamo studiato il fenomeno – spiega il dottor Rocco Antonio Montone, Dirigente medico presso la Unità Operativa Complessa di Terapia Intensiva Cardiologica della Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS – su 287 pazienti di entrambi i sessi di età media 62 anni; il 56% di loro era affetto da ischemia miocardica cronica in presenza di coronarie ‘sane’ (i cosiddetti INOCA), mentre il 44% aveva addirittura avuto un infarto a coronarie sane (MINOCA). La loro esposizione all’aria inquinata è stata determinata in base all’indirizzo di domicilio. Tutti sono stati sottoposti a coronarografia, nel corso della quale è stato effettuato un test ‘provocativo’ all’acetilcolina. Il test è risultato positivo (cioè l’acetilcolina ha provocato uno spasmo delle coronarie) nel 61% dei pazienti; la positività del test è risultata molto più frequente tra i soggetti esposti all’aria inquinata, in particolare se anche fumatori e dislipidemici. Questo studio dimostra per la prima volta – prosegue il dottor Montone – un’associazione tra esposizione di lunga durata all’aria inquinata e comparsa di disturbi vasomotori delle coronarie, suggerendo così un possibile ruolo dell’inquinamento sulla comparsa di infarti a coronarie sane; in particolare, l’inquinamento da particolato fine (PM2.5) nel nostro studio è risultato correlato allo spasmo delle grandi arterie coronariche”.

Fonte: askanews.it

In poco più di mezz'ora la malattia può essere riconosciuta

Annunciata una svolta nella diagnosi e nella cura delle vulvodinia, malattia considerata “immaginaria” fino a pochissimi anni fa, ma che negli Stati Uniti affligge una donna su sei. Senza considerare i dati sommersi, si ipotizza che anche in Italia, il 15% della popolazione femminile possa soffrire di vulvodinia. Una problematica invalidante, oltretutto, che colpisce un’ampia fascia d’età compresa tra i 14 e i 68 anni e di cui, ancora adesso, non se ne parla abbastanza.

“Fortunatamente, oggi, dopo il Q-Tipe Test, un esame specifico della vulva e una valutazione approfondita del muscolo pelvico, in poco più di mezz’ora siamo in grado di diagnosticare il problema e soprattutto di prospettare una terapia alle mie pazienti, le quali troppo spesso arrivano da me demotivate e fortemente provate psicologicamente perché incomprese e sfiduciate dai vani tentativi di cura proposti loro negli anni”, ha spiegato la dottoressa Rosanna Palmiotto che ha dedicato i suoi studi ad approfondire la natura di questa patologia, da cui lei stessa è stata affetta da giovanissima e per la quale è considerata una antesignana nelle cure. “E’ un grande traguardo perché, fino ad ora, questa malattia veniva diagnosticata, in media, con quattro anni e mezzo di ritardo”.

Caratterizzata da svariati sintomi come bruciore vaginale, infiammazione frequente e dispareunia, ossia dolore durante il rapporto sessuale, la vulvodinia è una malattia invalidante che compromette la vita personale e affettiva di molte donne. Riconosciuta dalla comunità scientifica come malattia soltanto nel 2003, la vulvodinia è stata per anni vissuta dalle donne come un “segreto”, un disagio psicofisico silenzioso e privo di soluzione, su cui non vi era alcuna evidenza scientifica.

La Palmiotto, avendo vissuto sulla sua pelle il problema, da anni cerca di operare una sorta di “rivoluzione culturale” rispetto all’approccio medico alla vulvodinia, una malattia sottovalutata ma ormai assai diffusa. Oggi, anche grazie all’intervento pubblico di influencer come Giorgia Soleri che ha dichiarato di essere affette da vulvodinia, questa patologia ha avuto una eco mediatica anche se permangono i ritardi nelle diagnosi.


“Sulle malattie di genere – ha aggiunto Palmiotto – c’è ancora troppa chiusura mentale, come dimostra la bassissima presenza di medici specializzati sulla vulvodinia, una malattia da cui è però urgente e importante sapere che si può guarire, grazie a un approccio medico multidisciplinare e personalizzato che coinvolge diverse figure, a seconda dei casi: ginecologo, osteopata, sessuologo, psicologo e posturologo. Le cause di questa patologia possono essere infatti molteplici e risalgono quasi sempre all’infanzia: attività fisica che ha contratto il muscolo pelvico, ferite emozionali derivanti da abusi sessuali che hanno generato una chiusura del pavimento pelvico e molte altre casistiche che richiedono cure diverse a seconda della genesi del problema”.

Fonte: askanews.it

Nigro: Per l'estate 2022 collaborazione con Hasbro

Ogni anno, solo in Italia, sono più di 10mila i minori affetti da patologie gravi o croniche. Permettere ai bambini con disabilità di cimentarsi in attività con attrezzature accessibili e ideali per far divertire tutti in sicurezza, garantisce benefici unici: ragazzi e ragazze, e di riflesso anche le rispettive famiglie, sperimentano nuovi stimoli in un momento di gioco e spensieratezza. È proprio con questo intento che i Super Soaker, i blaster Nerf ad acqua, diventano uno strumento in grado di aggiungere divertimento per i tanti bambini ospiti della sede Dynamo Camp di Limestre (Pistoia), al limitare un’oasi di oltre 900 ettari affiliata al WWF in cui si pratica la terapia ricreativa in piscina da oltre 15 anni. Askanews ne ha parlato con Vito Nigro, Direttore di Dynamo Camp.

In cosa consiste l’esperienza della Dynamo Camp Onlus? ” L’esperienza di Dynamo Camp è un’esperienza di felicità. Dynamo Camp offre in modo gratuito programmi di Terapia Ricreativa a bambini e ragazzi con patologie gravi o croniche. Si tratta di bambini che trascorrono molto tempo in ospedale, nell’ambito di una grave malattia, o convivono per tutta la vita con una malattia cronica. Spesso la loro infanzia è compromessa: i bambini non vivono la spensieratezza tipica dell’infanzia, subiscono gravi limitazioni alla socialità. Al camp, grazie al metodo della Terapia Ricreativa Dynamo partendo da una sfida, con sé stessi, i bambini vengono coinvolti dallo Staff Dynamo a vivere attività ed esperienze divertenti e mai provate prima: arrampicata, tiro con l’arco, passeggiata a cavallo, giochi in acqua, laboratori di radio, arte, musical. Con il supporto dello Staff, professionista e formato a relazionarsi con bambini con gravi patologie, e del gruppo, i bambini vincono la sfida. Questo regala felicità e autostima, riacquisizione di fiducia nelle proprie capacità. Aiuta ad affrontare meglio la malattia e la vita. Nei casi di patologie più gravi, come gravi patologie neurologiche o sindromi rare, come ha detto una dottoressa del nostro Board Medico, Dynamo Camp offre ‘occasioni di vita’”.

Quali sono i vantaggi della Terapia ricreativa praticata in acqua? “La Terapia Ricreativa in acqua a Dynamo è un’attività speciale. Prima di tutto l’acqua ha una temperatura di 33 gradi, adatta anche a chi per specifiche patologie non potrebbe entrare in una piscina usuale. Inoltre la struttura è completamente accessibile, munita di scivolo di accesso adatto anche a chi si sposta in carrozzina. Alcuni bambini entrano per la prima volta in una piscina proprio a Dynamo Camp. I benefici si vedono su tutti: ci sono bambini con patologie neurologiche gravi che in acqua possono sentirsi leggeri. Come dice il nostro responsabile di attività, inoltre, quando siamo immersi in acqua non vedi le differenze, ad esempio, di abilità motorie tra le persone. Nella piscina di Dynamo non conta saper nuotare ma scoprire il valore dell’acqua e dello stare bene. Come ogni attività a Dynamo Camp la Terapia Ricreativa in acqua è accessibile, inclusiva, strutturata ad hoc dal nostro Staff e soprattutto di grande divertimento”.

Come si inserisce in questo contesto la collaborazione con Nerf? “Hasbro è un partner di SeriousFun Children’s Network a livello internazionale e di Dynamo Camp in Italia. Oltre che offrire supporto, l’azienda cerca sempre tool divertenti da offrire alle nostre attività. Così è stato con Nerf nell’estate 2022. Quando abbiamo saputo della donazione di Nerf, abbiamo valutato quale potesse essere l’attività giusta e abbiamo individuato la piscina. Qui i Nerf per l’estate 2022 sono inseriti nelle attività di gioco in acqua e contribuiscono all’ingrediente fondamentale del divertimento”.

Fonte: askanews.it

La Commissione Ue ha approvato la cura con upadacitinib

La Commissione europea ha approvato una nuova terapia per la colite ulcerosa, che dovrebbe consentire alle persone che ne soffrono un significativo miglioramento della qualità della vita. “La colite ulcerosa – ha spiegato ad askanews il professor Alessandro Armuzzi, responsabile dell’Unità Operativa IBD all’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano – è una malattia infiammatoria cronica intestinale che insieme alla malattia di Crohn costituisce il gruppo delle malattie infiammatorie croniche dell’intestino, le IBD. È una malattia che si sviluppa in individui geneticamente predisposti, generalmente sono giovani o giovani adulti, quando, per motivi ancora non ben chiari e fattori ambientali si innesca una risposta immunitaria a livello della mucosa del colon. Da qui comincia il processo infiammatorio che porta alle ulcere e ai sintomi dei pazienti, che generalmente sono dolori addominali, diarrea e sangue presenti nelle feci”.

A questi si aggiungono altri sintomi sistemici, come la spossatezza, che rendono molto difficile la vita di queste persone: in Italia si stimano circa 250mila pazienti che soffrono di malattie infiammatorie croniche dell’intestino, di cui un 60% circa soffre di colite ulcerosa, patologia che può comportare anche disabilità. Ma ora ci sono nuove prospettive di cura. “Avremo a breve a disposizione in Italia – ha aggiunto il professore – un nuovo tipo di terapia, un nuovo farmaco, upadacitinib, che è un inibitore preferenziale delle Janus chinasi di tipo 1, con la funzione di spegnere il segnale delle citochine all’interno della cellula: le citochine sono proteine prodotte dalle cellule dell’infiammazione”.

L’approvazione da parte della Commissione Ue è stata supportata da tre studi, che hanno dato risultati importanti. “Questi studi – ha concluso Armuzzi – hanno dimostrato un ottimo profilo di efficacia del farmaco nell’indurre e mantenere la remissione, anche senza l’utilizzo di cortisone e con un ottimo impatto sulla qualità di vita di questi pazienti e hanno inoltre dimostrato un ottimo profilo di sicurezza del farmaco, che lo porrà come uno dei preferiti nella gestione di pazienti affetti da colite ulcerosa da moderata a grave refrattario alle terapie tradizionali o alle altre terapie biologiche a disposizione”. Scoperto e sviluppato da AbbVie, per upadacitinib questa è la quinta indicazione terapeutica approvata in Europa.

Fonte: askanews.it

Pharmap: +118% ordini rispetto al primo semestre 2021

Il servizio di pharma delivery è fondamentale per 9 utenti su 10. Per il 93% è importante che le farmacie siano oggi dotate di un sistema di consegna a domicilio e per il 98% il recapito in giornata dei prodotti è un requisito essenziale per la fidelizzazione con il punto vendita. Sono i dati emersi da un’indagine effettuata a dicembre 2021 da Pharmap, primo player italiano del settore, volta ad indagare il comportamento dei consumatori iscritti alla piattaforma.

Se la pandemia ha avuto un effetto booster sull’ home delivery, oggi la consegna a domicilio del farmaco è diventata un’abitudine consolidata, a cui pochi consumatori sono disposti a rinunciare. Pharmap, che dal 2018 ad oggi è cresciuta di oltre 25 volte in termini di volumi e di 42 volte in termini di transato in piattaforma, nel primo semestre del 2022 ha registrato una crescita del 118% in termini di richieste registrate sui canali web e app, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La rilevazione conferma un trend in continua evoluzione ed evidenzia alcune novità. La prima riguarda la capacità di Pharmap di incrementare il rapporto di fiducia tra farmacia e utenza: oltre il 60% dichiara di ordinare sempre dalla stessa farmacia, di questi più della metà (51,9%) è diventato un cliente abituale. L’azienda, inoltre, gioca un ruolo chiave nel fidelizzare i consumer: il 44% degli utenti intervistati si dichiara, infatti, fedele alla farmacia di riferimento da quando offre il servizio di delivery.

L’altro dato che emerge è la crescita dell’utilizzo dell’home delivery farmaceutico da parte delle persone: il 77,7% dichiara di ricorrervi più spesso in epoca post-pandemica perché si è ormai abituato alla comodità del servizio (47%) o per la possibilità di ricevere a domicilio anche i farmaci con ricetta (32%). Il servizio è anche apprezzato in tutti quei casi in cui, recandosi di persona in Farmacia, il prodotto non risulta immediatamente disponibile (situazione che si verifica nel 40% dei casi): un cliente su 4 si dichiara infatti poco propenso a ritornare sul punto vendita per ritirare il prodotto prenotato e preferirebbe, piuttosto, riceverlo a casa.   “Che il servizio di consegna a domicilio del farmaco sia diventato sempre più strategico per le farmacie non lo confermano solo i nostri dati. Una recente ricerca di Channel&Retail Lab -l’Osservatorio della Sda Bocconi- ha rilevato che un cliente su due è pronto a cambiare esercizio se la sua Farmacia di fiducia non dispone del servizio di home delivery. Le farmacie, che con la pandemia hanno accelerato la loro evoluzione in “farmacie dei servizi”, non possono quindi più fare a meno di adeguarsi a questo trend per rispondere alle nuove esigenze di salute dei cittadini”, dichiara Giuseppe Mineo, CEO di Pharmap.


Fonte: askanews.it

Via a corso Consulcesi formazione medici e operatori sanitari

Epicondiliti, borsiti, tendiniti. Sono sempre di più i casi di persone che presentano questi tipi di problematiche a seguito di un approccio scorretto al padel, lo sport del momento”. A dirlo è Andrea Grasso, ortopedico e traumatologo che con Consulcesi Club si occupa di formazione ECM per medici e operatori sanitari su una molteplicità di patologie che riguardano muscoli e articolazioni.

Nato a partire dagli anni 70 in Messico, il padel (o paddle) sta oggi dilagando con sorprendente rapidità anche in Italia, raggiungendo numeri da capogiro. Basti pensare che nel 2019 i tesserati alla FIT erano poco meno di 6mila mentre nel 2021 la Federazione ne contava già oltre 55mila. I proprietari di strutture sportive non hanno tardato a favorire e rispondere ai nuovi desideri degli italiani: gli ultimi dati riportati da Sanità Informazione parlano del +155% campi da padel in più solo nell’arco di un anno (2020-2021), che sono passati da 1.832 a 4.669, sparsi da nord a sud della penisola.

“Il suo successo risiede probabilmente nel fatto che sia considerato molto più come un ‘gioco’ piuttosto che uno sport come può essere percepito invece il tennis, più impegnativo dal punto di vista fisico e mentale”, riflette il dottore.

Giocato in un campo più piccolo rispetto al suo progenitore, il peculiare sport di coppia attira persone di qualunque età ma con una maggiore prevalenza nella fascia 30-55 anni e, come racconta ancora il medico, “anche persone che non hanno mai fatto nulla di particolare, né una base di tennis né soprattutto una base di rinforzo muscolare, o esercizi volti a una corretta biomeccanica dei gesti”.

“Rispetto al tennis dove la maggior parte dei colpi avviene dal basso, sotto i 90 gradi, quindi sotto la spalla che così viene sfruttata relativamente, nel padel si va spesso con mano e braccia al di sopra dell’altezza della spalla, esponendo così tendini e legamenti di questa a sovraccarichi importanti”, spiega l’ortopedico.

Si va dalle infiammazioni dei tendini e della borsa subacromiale, al cosiddetto ‘gomito del tennista’ (epicondilite) fino ai traumi distorsivi di caviglia e ginocchia, causati dai cambi di direzione repentini e brevi che lo sport richiede nel ridotto campo sintetico. “E devo dire – aggiunge Grasso – nella popolazione più adulta, quindi gli over 50, stiamo assistendo a parecchie rotture e lesioni del tendine di Achille, oltre a strappi e lesioni muscolari del polpaccio”.

Come conferma anche l’esperienza dell’ortopedico, negli ultimi anni i casi di epicondilite nel tennista si sono ridotti drasticamente, “anche grazie a un miglioramento degli strumenti come la racchetta, allo studio del problema e ai cambiamenti apportati alla preparazione degli sportivi”. Nel padel invece, rimane una delle patologie più diffuse, “anche a seguito dell’utilizzo di una racchetta senza corde e con una superficie ridotta”.

“In casi di dolori, soprattutto se legati a patologie da sovraccarico e ripetitività piuttosto che di origine traumatologica, i giocatori di padel spesso non vogliono fermarsi per fare, si fa per dire, 10 sedute di fisioterapia, scegliendo invece di ricorrere esclusivamente a infiltrazioni di cortisone o di acido ialuronico, terapie che hanno un effetto antinfiammatorio ma che non risolvono il problema nel lungo termine”, prosegue il dottore.

“Trattare il dolore è necessario, ma bisogna arrivare a capirne le cause e agire su queste per evitare che il problema si ripresenti”, conclude il dottore che proprio all’uso alle tecniche infiltrative della spalla dedica un corso ECM aperto a tutti i professionisti della salute.

Fonte: askanews.it

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